LUIGI

  • Povero quel Paese che non riesce a immaginare che tra 10 anni, tra le principali aziende, ve ne possano essere alcune che oggi ancora non esistono.
  • (by Davide e Luigi)

TRIBUTO

  • GIOVANNI DEGLI ANTONI
  • NORBERT WIENER
  • KURT GOEDEL
  • ALAN TURING

  • AVVERTENZA LEGALE
    Questo web server é proprietà privata e costituisce domicilio informatico di Stefano Quintarelli. Il libero accesso é pertanto riservato ai familiari di Stefano Quintarelli ed amici autorizzati da Stefano Quintarelli. Ogni accesso non autorizzato sarà perseguito ai sensi di legge.

2009.06.29 Corriere della Sera - Internet al centesimo, Skype dà l’esempio

I micropagamenti sono già utilizzati: per le telefonate a poco prezzo in Rete o per i giochi online. Ecco come funzionano

Farsi pagare o no? Questo è oggi il principale problema di tutti i fornitori di servizi e di contenuti sulla rete Internet, che finora è stata essenzialmente gratuita.
Le tecnologie per i micropagamenti online — che sono l’ipotesi prevalente per sviluppare le vendite sul web di articoli a bassissimo prezzo, anche per valori di centesimi di euro — esistono già e sono fornite da numerose società, soprattutto di origine americana. Ci sono, per esempio, la californiana Play- Span (micropagamenti per giochi di ruolo e social game) o Spare Change (per Facebook), Wallie (per i giochi online) e Click and Buy (con sistema prepagato), Kakingle (per le micro-donazioni) e Twitpay (per i blog).
Ma il problema della diffusione dei micropagamenti su Internet è, soprattutto, culturale e «di potere». Ovviamente, non è facile fare pagare quanto è sempre stato offerto gratis; e finora il settore dei pagamenti online è stato «congelato», esclusivamente riservato alle banche. Però a novembre cambierà quasi tutto, perché una direttiva europea impone l’apertura del settore.
«Grazie alla liberalizzazione — spiega Roberto Garavaglia, consulente sulla moneta virtuale — gli operatori non bancari, come gli editori e i gestori telefonici fissi e mobili, potranno offrire direttamente ai clienti dei loro conti di pagamento ».
Anche per questo motivo molti fornitori di contenuti (tra cui i giornali, che stanno cercando di superare la grave crisi del mercato pubblicitario) cominciano a considerare con molta attenzione il sistema dei micro-pagamenti.
Acquisti d’impulso
In generale, questi sistemi permettono di trasferire del denaro, pagato con carta di credito, a un borsellino elettronico gestito da una società tecnologica specializzata, che converte i soldi prepagati in moneta digitale per gli acquisti online. I pagamenti avvengono con i metodi tradizionali, carta di credito o conto corrente: ma il borsellino elettronico permette Già molte società su Internet fanno soldi con le mic rovendite: per esempio S k y p e , che guadagna centinaia di milioni facendo pagare le chiamate telefoniche anche solo pochi centesimi; o Apple, che fa pagare le canzoni 99 centesimi di dollaro.
I sistemi di micropagamento sono però utilizzati soprattutto dai gestori di giochi multipli di ruolo e dai social game, gestiti da società come Microsoft e Blizzard Entertainment, che producono giochi con milioni di utenti (come World of Warcraft). Questi gestori consentono di clienti di acquistare più funzionalità rispetto al gioco di base. Il giro d’affari dei sistemi di pagamento online è stimato in circa 3 miliardi di euro, ma è destinato a crescere rapidamente.
I casi italiani
Oggi, se gli editori italiani volessero vendere i propri articoli per alcuni centesimi (o decine di centesimi), dovrebbero rivolgersi alle società americane, che forniscono sistemi già sperimentati ma chiusi. Tuttavia, la liberalizzazione è vicina e anche altri si stanno preparando a entrare nel nuovo mercato.
Dmin, formata da superesperti dell'Internet italiana (come Leonardo Chiariglione, inventore del sistema internazionale di compressione dei dati Mp3, Stefano Quintarelli, uno dei padri di Internet in Italia, Giacomo Cosenza e Roberto Garavaglia) sta elaborando degli standard aperti, basati su un software open source, per un sistema di pagamento a punti non proprietario e universale. Probabilmente, da questa esperienza nascerà la proposta di un servizio specializzato di micropagamenti a basso costo per gli editori e i siti web. Un fatto è certo: cambierà radicalmente il panorama competitivo. I potenti gestori telefonici potranno gestire dei propri conti di pagamento; anche Apple, con il suo iPhone, e Amazon, con il suo libro elettronico Kindle, offriranno propri sistemi. E ovviamente si muoveranno le banche. Le tecnologie si moltiplicheranno.
Allora il problema diventerà strategico. Chi gestirà il commercio elettronico e i pagamenti dei clienti? Gli editori, Telecom Italia, Tim o Vodafone, i-Tune della Apple o Kindle di Amazon, o altri ancora? E chi prenderà la fetta maggiore dei nuovi ricavi?
d'impulso». Basta schiac- ciare un bottone digitale per spendere immediata- mente piccole somme, che poi vengono saldate solo quando gli importi diventano ele- vati, in modo da contenere i costi della transazione.

2009.06.25 Il Sole 24 Ore - ECONOMIA DIGITALE, REGOLE PER L'USO


Allo studio in Gran Bretagna la governance dell'industria della «creatività»

DI STEFANO QUINTARELLI
L a settimana scorsa a Londra è stato presentato il rapporto «Digital Britain», il documento che contiene le linee guida strategiche volte ad assicurare un ruolo di primo piano al Regno Unito nell'economia digitale. In Uk le competenze in materia di comunicazioni e innovazione tecnologica non dipendono, come in Italia, da due ministeri differenti, ma sono riunite in uno specifico ministero delle Comunicazioni, delle Tecnologie e del Broadcasting; il ministro Stephen Carter ha dichiarato che questo rapporto è un riconoscimento tardivo alla rilevanza dell'industria della creatività.
Il settore dell'economia digitale è molto rilevante nel Regno Unito; secondo il rapporto,infatti,l'economia digitale in Uk ha occupato il 6% della popolazione ma ha rappresentato ben il 10% del Pil. Ovvero, l'occupazione generata dall'economia digitale ha un effetto sul Pil che è oltre una volta e mezza quello del resto dell'economia.
Il documento presenta un progetto di policy industriale che non prende la prospettiva dell'offerta ma della domanda. Il «Technology Strategy Board», il gruppo di leadership per le strategie digitali curatore del rapporto, avrà un ruolo determinante nell'indirizzare la ricercae l'innovazione a fini precompetitivi e collaborativi, disponendo a tal fine di uno stanziamento specifico di oltre 35 milioni di euro.
Questo è un passaggio decisamente importante. Un mercato funziona se vi sono delle regole condivise tra gli attori. La digitalizzazione ci porta in un nuovo dominio in cui non ci sono delle regole pragmaticamente applicabili e per questo è importante che gli attori concordino collaborativamente un insieme di regole che possano far nascere e crescere tale mercato. Una volta si sarebbe detta «coopetition». Siamo in presenza di una«frammentazione del coordinamento »in cui l'esistenza di numerosi diritti in capo a diversi soggetti limita il manifestarsi di un effetto socialmente desiderabile. La nostra mentalità è fortemente basata sull'economia materiale. D'altro canto sono 10mila anni che siamo diventati stanziali con l'agricoltura e che viviamo nell'economia materiale. Finché l'informazione stava attaccata al supporto potevamo fare finta che ciò che scambiavamo fosse il supporto e ricondurre il tutto nelle regole e consuetudini del mondo fisico.
Oggi il principale modello di remunerazione delle attività in rete è la pubblicità ma molti business potenzialmente conducibili online non possono essere sostenuti dalla sola pubblicità. Semplicemente la matematica non lo consente, non remunera infrastruttura e costo del servizio.
Altro punto rilevante è che la totale asimmetria cliente-fornitore in cui un fornitore è sempre tale e un cliente è sempre tale, nel mondo digitale viene meno; il numero di possibili fornitori si espande enormemente e chiunque può essere, di volta in volta, un fornitore o un cliente. Nel rapporto «Digital Britain» si evidenzia che nel mondo smaterializzato sarà necessario disporre di nuovi sistemi di pagamento; per importi minimi; un sistema di micropagamenti, necessariamente "esterno" al sistema finanziario, per non erodere la loro struttura di ricavi tradizionali. Poter pagare beni digitali tra diversi domini non è però sufficiente; i terminali devono consentire la fruizione e le reti di comunicazione devono consentire di veicolare questi contenuti.
In Italia una riflessione di questo genere è stata avviata qualche anno fa, non da una policy governativa, ma da volontari esperti indipendenti che si sono aggregati in un gruppo denominato «dmin.it» che ha prodotto un insieme di raccomandazioni per la massimizzazione della circolazione dei beni digitali. Oggi, anche in Italia, alcuni editori e fornitori di servizi stanno iniziando ad affrontare la questione, anche grazie alle innovazioni regolamentari europee in materia di moneta elettronica e servizi di pagamento che abilitano nuovi operatori e nuovi modelli di business.
Per altra ragione, ma nella stessa direzione,va l'iniziativa di Fastweb, Telecom Italia e Wind che hanno costituito l'Associazione per la Iptv con l'obiettivo di fare fronte comune in caso di iniziative regolamentari per beneficiare di economie di scala realizzando un decoder unico e per allargare l'appeal della banda larga a una fascia di utenti che non dispongono di personal computer, fascia particolarmente ampia in Italia e che limita il mercato delle tlc.
Se l'iniziativa sui decoder può trovare una piena giustificazione economica già a livello di singolo operatore per quanto riguarda la remunerazione dei contenuti mi pare che un'iniziativa dal basso che diventi di sistema, in assenza di linee di indirizzo di governo come quelle a cui si sta lavorando in Uk, sia di più difficile realizzazione. Dopo il «Rapporto Caio»sull'infrastruttura di rete,giustamente voluto dal viceministro Romani, penso che sarebbe bene che il Governo iniziasse una riflessione di sistema su ciò che in questa infrastruttura verrà trasportato e su come si remunererà. Diversamente l'acuirsi della crisi dei media potrebbe indurre decisori in ruoli chiave a cercare di ristabilire il "bell'ordine andato", criminalizzando il nuovo. Ciò sarebbe antistorico; il futuro è già tracciato e resistere all'evoluzione dell'elettronica è futile.

2009.06.11 Il Sole 24 ore - Il doppio volto del monopolio

Ignorare i criteri di sostenibilità può irritare il mercato La sfida è condividere di più il successo

DI STEFANO QUINTARELLI
Google ha annunciato Wave, un sistema che integra funzioni di posta, instant messaging, wiki, in un modo nuovo. Potrà essere un successo o un flop. Beninteso, tecnologicamente Wave è stupendo, ma da dove possono venire i profitti? Sarà a causa della crisi economica, o degli spazi che si chiudono, sarà che i venture capitalist non riversano più miliardi di dollari sul mercato delle startup (contribuendo a una sorta di "doping finanziario" in cui ciò che si monetizza non è il prodotto ma le aziende stesse). Ma su internet sta tornando sempre più il tema della sostenibilità economica: del fatto che bisogna avere un prodotto e un'idea di chi lo può comprare e come lo si può pagare, che non si può fare una società solo per venderla a Google, che la pubblicità non basta.
Interessante in questo senso è un post apparso di recente su www.GigaOM.com dal titolo «Google scala nuove vette di arroganza con Wave». L'articolo, in estrema sintesi, sostiene che Wave, come altri prodotti lanciati da Google, è stato pensato da tecnici che non hanno pensato a come promuoverlo, venderlo, denotando vanità, arroganza e superficialità.
La lista di iniziative di Google che non hanno avuto successo è nutrita. Un dato però è certo: hanno chiuso degli spazi ad altri, usando gli ingenti margini che provengono da una posizione dominante sulla ricerca che è oggi l'unico modo di monetizzazione in rete. Quantomeno si è alzata l'asticella, a meno di finanziatori con doti cospicue che puntino a un rientro dell'investimento non dalla vendita del prodotto/servizio, ma della società stessa; non importa il prodotto/mercato, la società/idea è il prodotto. Ma di una cosa possiamo essere certi: al futuro della monetizzazione online Google ci pensa, eccome. E finché non appare uno strumento di micropagamenti interoperabili o fino a un eventuale intervento dell'Antitrust, può dormire sonni tranquilli.
Nell'immaginario collettivo Google vanta le caratteristiche di apertura, gratuità, o quantomeno tariffe flat. Sotto la superficie, però, mantiene degli elementi di
lockin fortissimo degli utenti assicurandosi l'audience e un sistema di billing sofisticatissimo e assolutamente non forfettario per garantirsi i ricavi, in una forte posizione di monopolio, con margini ingenti, molto superiori alla normale remunerazione dei capitali in un mercato competitivo.
Essere monopolisti non è un reato; non è illegale. Anzi, se il monopolista si comporta bene, nell'interesse degli utenti (secondo alcune dottrine), è addirittura positivo. Il fatto che Google sfrutti la sua rendita monopolistica per controllare settori chiave di innovazione in mercati adiacenti a quello dei motori di ricerca non si può ritenere un abuso, anzi, porta cioccolata gratuita agli utenti, spesso di buona qualità.
Alla presentazione di Wave, sono state rivolte alcune domande allo staff riguardo piani di marketing, promozione, e concorrenza. La risposta è stata "non ci abbiamo pensato".
E giustamente, non serve che ci pensino, anzi, probabilmente non devono. Chiunque altro dovrebbe misurarsi con il conto economico della divisione, ma Google no, per la ragione di cui sopra. Anzi, riempire uno spazio serve a evitare che si possa creare qualcosa che potenzialmente disturbi, come forse potrebbe succedere con Facebook. Seppure Google non paghi la banda di accesso a internet grazie alle sue potentissime interconnessioni non onerose con i principali operatori mondiali di tlc, Youtube (che è l'applicazione più famelica di banda), perde centinaia di milioni di dollari all'anno ma,l'importante non è monetizzare, ma colonizzare.
L'autore dell'articolo già citato ritiene che Google sia una società guidata dai tecnologhi; io dissento e ritengo anzi che ci siano menti molto fini e brillanti e un grado di comprensione del mondo online in tutti i suoi risvolti (tecnologici, economici, regolatori, di adozione dagli utenti) organizzati in una strategia sofisticata e una execution eccellente, con un orizzonte temporale lungo, a un livello che "da fuori" non riusciamo a intuire.
È possibile che vedremo il diffondersi di reazioni come quelle dell'articolo che accusano Google di vanità e arroganza, per la sua invidiabile facoltà di non occuparsi di questioni terrene quali i conti economici dei prodotti che realizza, incidendo negativamente nell'ambiente dove operano gli altri addetti ai lavori. Una sfida per Google potrebbe essere, per mantenere la sua egemonia culturale e limitare reazioni avverse, dover trovare un modo di allargare e condividere il proprio successo con una base più ampia di persone, non comprando ogni tanto qualche startup e alimentando il principale business model di oggi: farsi comprare da Google.

2009.06.11 Punto informatico - Presentato il Rapporto Caio


Roma - Alla fine, nonostante o forse proprio grazie all'uscita anzitempo su Wikileaks, il Rapporto Caio è stato presentato ufficialmente: davanti alle commissioni IX Trasporti e 8a Lavori pubblici, il consulente del Governo ha illustrato il contenuto del suo studio alla presenza del viceministro Paolo Romani, riepilogando in breve le questioni già note. I tempi necessari a combattere il digital divide sono lunghi, e dunque occorre muoversi subito. L'Esecutivo sembrerebbe d'accordo.

Caio e Romani vanno di pari passo: occorre partire oggi per non perdere il treno della banda larga, occorre valutare con attenzione l'attuale livello dei servizi e quale saranno gli interventi davvero necessari. Il compito sarà complesso ma non impossibile: è lo stesso viceministro a chiarire come il suo staff abbia già fatto tutti i conti e stabilito che cancellare il digital divide costerà "1.471 milioni di euro". Il progetto varato, o in via di definizione, "Entro la fine del 2012 darà la possibilità di connettersi a internet a una velocità tra i 2 e i 20 megabit": nel peggiore dei casi, quindi, i cittadini potranno accedere alla Rete, e ai servizi digitali della PA, con una linea in grado di garantire una navigazione adeguata ma non i servizi multimediali.

Il Governo comunque, proprio per questo e seguendo le raccomandazioni di Caio, vuole guardare in avanti: "La copertura sarà realizzata prevalentemente in fibra, offrendo così una connettività sino a 20 mb/s al 95,6 per cento degli italiani, e in tecnologie radio nelle aree scarsamente abitate dove non risulta conveniente intervenire con infrastrutture fisse". In particolare, quattro cittadini su cento dovranno accontentarsi di WiFi, WiMax o Hyperlan: ed è proprio su questo punto che gli addetti ai lavori, come Stefano Quintarelli, invitano a prestare la massima attenzione per ottimizzare le spese ed evitare sovrapposizioni con gli investimenti privati.
Lo sforzo complessivo d'altronde non sarà indifferente, e l'auspicio è che ogni centesimo frutti al massimo (Romani parla di un ritorno sensibile sul PIL: ogni euro speso dovrebbe fruttarne 1,45): "Investiremo 564 milioni di euro per connettere 2900 centrali in fibra ottica e mille centrali con sistemi wireless" ha spiegato il viceministro, aggiungendo che verranno anche rinnovati gli apparati di circa 8mila centrali con una spesa di 161 milioni di euro. Infine, altri 747 milioni ci vorranno per "bonificare la rete di accesso incrementando la connettività sia fissa sia mobile". Il totale, centesimo più centesimo meno, arriva a 1471 milioni tra materiale, hardware, software, progettazione. Il progetto avrà una durata di quattro anni.

Infine, capitolo risorse e finanziamenti. Lo Stato italiano dovrebbe metterci di tasca propria circa 800 milioni, fondi già stanziati e ora finalmente a disposizione: a questi si dovranno sommare altri fondi europei destinati allo sviluppo delle aree depresse, e infine una quota non inferiore ai 210 toccherà ai privati. In prospettiva, all'orizzonte una rete in fibra capace di non meno di 50Mbps: non resta che attendere che le promesse si trasformino in realtà. (L.A.)

2009.05.23 Il Mattino - Il futuro? Per la tecnologia è già vecchio

 Oltre la rete, l’innovazione cambia radicalmente la comunicazione. Cioè l’uomo

Le frontiere sempre più avanzate dei cellulari. E altri apparecchi sofisticati svelano l’invisibile sommergendoci di dati

Il centro del mondo, con Internet, è il tuo studio, base di partenza per ricerche culturali, con news che arrivano a fiumi, ma anche galleria pornografica. Internet è libera ed è gratuita quasi per tradizione, nata com’è come una pianta selvatica. In questo mondo complesso e affascinante in cui il mercato orienta la tecnologia, come è stato sottolineato ieri nel quadro del Forum Ricerca e Innovazione (internet e il Futuro della rete nell’aula Nievo del palazzo del Bo) il futuro era.... mentre oggi, in una sorta di anello di retroazione, ci viene incontro, ci salta addosso. Ed è tutto magico e fantastico in questo mondo soprattutto nelle punte di eccellenza dell’innovazione. I cellulari per esempio, ormai fanno di tutto, manca solo l’espresso.

di  Fanno musica che ormai senti solo tu perché non c’è altoparlante, ma uno sfrangiamento della lunghezza d’onda che ti arriva direttamente al timpano. Ma il senso più importante, quello tipico dell’uomo che sa riconoscere le fisionomie, che interpreta le espressioni del volto è la vista ed è qui che la tecnologia ha fatto miracoli. Il video telefonino mostra il volto di chi telefona, ma il titolare può anche prestarlo ad un amico e la comunicazione dei dati fisiognomici di quest’ultimo fanno apparire la sua faccia.
 Estrema duttilità dunque che emerge anche da un’altra importante proprietà: appare l’icona di un occhio ed è una specie di lente di ingrandimento: la punti su una stella lontana e salta fuori la distanza in anni luce, in chilometri e in metri, la temperatura, la posizione, la composizione del suolo, sia roccia, gas o magma oppure mettendo a fuoco lo skyline di una città emergono dati e immagini sul turismo, le risorse economiche, la storia, le emergenze architettoniche e anche news di quanto è accaduto nelle ultime ore (o minuti?).
 In Giappone sono molto concreti, appare sul display una bottiglia, la guardi con la tua lente di ingrandimento ed escono tutti i particolari sul vino che contiene, gradazione, colore, gusto e retrogusto, aroma, storia del vitigno. Questa invenzione nipponica che sta arrivando anche qui ci ha fatto perdere punti nell’export vinicolo (-25%) perché adesso il cliente del Sol Levante vuol sapere tutto. Insomma l’innovazione è ubiqua ed accessibile, ciò che premia è la “confezione”: si vince making the web smarting, si vince con la semplicità e con l’efficienza, i costi di transazione bassi facilitano il processo di espansione.
 C’è un dato impressionante che Stefano Quintarelli (CEO Reeplay.it) sottolinea in maniera suggestiva: «Nel tempo in cui io alzo la mano o strizzo le palpebre entra nelle casse della comunicazione una pepita d’oro. Il fatturato, infatti è di 1300 euro il minuto secondo». Sono cifre quasi inimmaginabili. Hanno guadagnato tantissimo i pionieri del passaggio da telefono fisso a cellulare: una vera miniera, data la diffusione del mezzo, che è cresciuta in proporzione esponenziale, entrate paragonabili, absit iniuria verbis, solo a quelli del cartello colombiano o dello sfruttamento della prostituzione. E tuttavia, anche se la rete di telefonia fissa ha subito pesanti salassi, rimane sempre uno zoccolo duro, non rinuncerà al telefono sul comò la vecchietta che magari ha bisogno di chiamare il medico. Ciò mette in rilievo un gap generazionale difficile da colmare.
 Anche internet, con tutte le sue meravigliose possibilità, oggi è in una posizione di stallo, la rete ha bisogno di una bussola per navigare e oggi stanno fiorendo importanti elementi di orientamento. Popolazione di anziani inossidabili all’innovazione. Ma non sarà che anche la sterminata prateria di internet è vecchia? La rete del futuro magari non sarà del tutto gratuita ma offrirà molta più professionalità, oggi le punte innovative che segnano growth sono spesso invalidate da una deficiency di base. Basti dire che il 12 per cento degli italiani è escluso dalla banda larga. Insomma, c’è un impero ancora da conquistare. Ma perché a scuola non si insegna internet e, al massimo si fanno dei corsi di word? I relatori sono d’accordo: è la pratica quotidiana che fa dei giovani dei piccoli geni del computer, ma in ogni caso la scuola non deve insegnare internet, ma usare internet per insegnare. Insomma far capire come funziona la rete, rendere familiare l’hardware e il software come quando si prende la patente bisogna conoscere il motore dell’automobile e come si cambia una ruota. Per quanto riguarda la carta stampata e la televisione, gli esperti Roberto Saracco, Erik Lumer, Stefano Quintarelli hanno detto di essere meno pessimisti del direttore del New York Times. Questi media non moriranno ma dovranno cambiare radicalmente.

2009.05.21 Il Sole 24 ore - Un paese in web


UN PAESE IN webtv

Da Senigallia a Messina, tante storie di ordinaria programmazione in video

Arriveranno da ogni parte. E –c'è da giurarci –con videocamera al seguito. Torna a riunirsi l'Italia raccontata attraverso le sue mille televisioni irradiate via internet. Tutte rigorosamente fatte in casa.
La 2ª edizione di «Paese che vai» chiama all'appello le micro web-tv messe in piedi da cittadini, videomaker per passione; si tratta di canali raccontati su Nòva24 in «Storie di ordinaria programmazione» e recensiti su Altratv.tv. Appoggiano il progetto Iulm, TheBlogTV, Odeon Tv e Movi& Co. L'esercito dei micro-editori si confronterà con esperti e critici televisivi domani e dopodomani allo Iulm di Milano; presenti esponenti di Rai, Sipra, Yahoo!, Current. Il canale C6 trasmetterà in rete l'evento.
Trentotto canali animeranno la due-giorni, quasi 80 prenderanno parte alla successiva rassegna, presentando un video del palinsesto. Dall'indagine di Altratv.tv si contano 88 canali online creati dal basso, con tanto di redazione strutturata e palinsesto seriale pianificato. Accessi non significativi, ma poco importa. Per questi micro-editori della porta accanto fare tv (la propria) è una missione. Anche sociale.
Lo sanno bene a Senigallia, dove un'associazione di diversamente abili scende in strada per denunciare le barriere architettoniche della città. A Reggio Emilia un videocitofono funge da megafono dei problemi della collettività. A Pordenone, si denunciano i mancati lavori di un tratto autostradale. In Romagna la cesenate Tele-osservanza trasmette funzioni religiose. E ancora, nella capitale Monti Tv mostra il rione alle spalle del Colosseo, ricco di botteghe artigiane. In Sicilia Telestrada dà voce ai senza fissa dimora.
Canali di servizio per gli italiani all'estero, come con Messina Web tv, Torano tv, Pierodasaronno: ricevono segnalazioni da America e Brasile. Espressione dei paesaggi italici, come con Orso Tv, Sfumature di viaggio, Miasorrento.
Dal meeting parte una class action
sui generis. Le micro web tv raccoglieranno firme per consegnarle ai player delle telecomunicazioni. La richiesta per Telecom, Vodafone, Tre ed Eutelsat è valutare una connessione forfettizzata entro un certo preventivato consumo. Perché queste realtà editoriali fanno servizio informativo. Fungono da megafono per territori spesso dimenticati anche dall'informazione locale.
La raccolta firme non convince Stefano Quintarelli, esperto di nuove tecnologie. «In alcuni territori la banda larga non arriverà mai, i costi sono altissimi. Però basta alzare lo sguardo e scoprire una copertura wireless.L'etere è pieno di onde che portano il segnale. E a volte si considera un territorio in digital divide quando in realtà non lo è davvero».
Dalla distribuzione alla produzione. «Tutte queste esperienze si avvalgono di uno sviluppo oggi alla portata di tutti. Penso a Mogulus o alla nuova interfaccia di YouTube. Il vero limite è la monetizzazione – dice Marco Montemagno, co-founder Codice Internet e volto di Sky –. La rete sta influenzando la cultura generalista. Credo che a breve l'arroganza dei media tradizionali sarà abbandonata».

2009.05.18 - La Repubblica - Giornali online lo Squalo dà la linea

Questa crisi ci ha abituato a tutto: la Fiat che salva l’auto americana, la rinascita dei sindacati, il primo quadrimestre in cui i ricavi di Google non sono cresciuti, la nuova voglia di regole nel mondo degli affari. Ma c’è un limite a tutto. E per rompere un tabù secondo cui su Internet le news sono gratis ci voleva qualcosa di più. Anzi, qualcuno. E chi meglio dello Squalo Rupert Murdoch? L’unico al mondo che abbia faccia tosta e spalle larghe a sufficienza per dire: «Signori, l’epoca del tutto gratis su Internet è vicina alla fine». Lo ha detto la settimana scorsa annunciando che entro l’anno i siti dei giornali del suo gruppo, a cominciare dal Wall Street Journal (e a seguire Washington Post e, in Gran Bretagna, il Times) saranno a pagamento. Niente più notizie gratis da leggere sul pc impostando una normale ricerca su Google.
E’ l’inizio di una rivoluzione che richiederà tempo ma i cui effetti cambieranno il mondo dei media. Richiederà tempo perché è una rivoluzione prima di tutto culturale. Un sondaggio della Cnn ha già registrato l’immediato malumore degli utenti perché abituarsi a pagare sarà duro. Anche quando vennero introdotti i primi download di musica a pagamento sembrava una follia senza futuro, e invece la ITunes di Apple ci ha costruito un business miliardario.
La rivoluzione partirà dagli Usa. E non solo perché è da lì che è partita Internet, ma anche perché è negli States che la crisi ha colpito più duro il mondo della carta stampata con il crollo della pubblicità. Partirà da lì perché negli Usa il modello dei ricavi dei giornali è più sbilanciato verso la pubblicità rispetto all’Europa. E non è un caso sull’Herald Tribune di giovedì scorso l’intervento del presidente del Dipartimento di Giornalismo dell’Università di Boston, Lou Urenek, abbia proposto ai giornali Usa di guardare al Vecchio Continente: riequilibrare la struttura dei ricavi dando più peso al prezzo di vendita, che per la stampa quotidiana è più basso. E dal prezzo in edicola al pagamento per le edizioni online il passo è breve.
La grande novità è che questa crisi ha dimostrato che la crescita della pubblicità non è matematica, eterna e inestinguibile. E' vero che l'online ha continuato a crescere mentre il resto dei media vedeva la raccolta falcidiata, ma è cresciuta a ritmi da mercato maturo.
E non solo. Sta venendo anche meno la certezza che il modello Internet funzioni sempre e ovunque. E’ sempre della settimana scorsa la notizia che Google ha ufficialmente chiuso il tentativo di esportare il suo sistema di aste automatiche online nel sistema della pubblicità radiofonica. Non ha funzionato. E anche la parte di business di Big G che si era proposta come concessionaria di pubblicità per la carta stampata (soprattutto giornali locali negli States) non sta dando i risultati sperati. E se qualcosa di nuovo sta accadendo sul fronte della stampa locale americana, sottoposta a un fenomeno di contrazione fortissimo con la chiusura di molte testate, è l’alleanza con le tv locali per fare sinergie nel campo delle news.
Ma la soluzione vera è rafforzare negli utenti, ossia i lettori, la consapevolezza che l’informazione è un bene primario, che per essere di qualità e affidabile costa e che quindi va pagata direttamente, portando anche sul Web ciò che normalmente si fa con le copie cartacee. «Si va verso la convergenza di tre piattaforme: Internet, la telefonia mobile e la tv spiega Andrea Rangone, responsabile degli Osservatori hitech della School of Management del Politecnico di Milano E Murdoch ne è la prova. Ha creato una piattaforma pay efficace sulla tv e ora la sta trasferendo su Internet e inizia a affacciarsi al mobile. Nell’ambito della tv digitale la componente di ricavi pay, pagati direttamente dagli utenti, è superiore alla pubblicità. Nel mondo del mobile, ancora una nicchia, se guardiamo ai contenuti media che gli utenti fruiscono sui loro telefonini (e stiamo parlando di news, non di suonerie e loghi) i ricavi vengono quasi tutti dal pagamento, via sms, e molto poco dalla pubblicità. Sui pc si compra la musica con i download legali. E il fenomeno si estenderà ancora».
Qualcosa già si vede, ma sono ancora nicchie per adesso. La Repubblica vende la sua edizione online, Extra, da qualche anno. Da pochi mesi ha lanciato un servizio a pagamento sul mobile e lo stesso hanno fatto Corriere della Sera e Sole24Ore. Quando la settimana scorsa Repubblica ha lanciato un applicativo per fruire del suo portale mobile attraverso gli iPhone, con in più alcuni servizi di localizzazione, ha fatto registrare un boom di download del suo applet dal sito di iTunes.
Questo è uno dei nodi più complicati da sciogliere. Gli utenti sembrano pagare più volentieri i contenuti via cellulare. Perché rispondono in modo rapido a un impulso (sapere che cosa sta accadendo su un certo tema, dalla politica allo sport). E perché pagare è facile: fil costo finisce sulla ricarica o sull’abbonamento telefonico. Questo va bene per le news: i titoli e poche righe di testo Ma questo è mercato limitato ai pochi utenti più evoluti, quelli che già usano uno smartphone. E poi la fruizione via cellulare è limitata. Il vero passo avanti si farà quando si riuscirà a far arrivare il giornale intero, con le sue pagine da sfogliare, gli articoli da leggere perché è il giornale a proporli e non su richiesta del lettoredigitale. E sono gli articoli più lunghi e complessi, con foto e grafici. Significa insomma portare il giornale sugli schermi dei pc di casa. O magari anche sullo schermo delle tv connesse al Web a banda larga. In attesa che i vari Kindle e tutti i nuovi possibili iBook prendano davvero piede.
Ma fuori dai cellulari, nei pc, i micropagamenti sono complicati. Va bene abbonarsi, per un anno o per un mese, ma per chi vuol continuare a comprare il giornale tutti i giorni, come all’edicola, le cose non sono semplici. Oggi c’è solo la carta di credito, o di debito, come la Pay Pal o la Poste Pay. Il loro limite è che hanno costi simili a quelli di un’operazione bancaria. E sono costi sproporzionati rispetto a un acquisto da un euro, come per il giornale intero, o magari anche meno se si spacchettasse il giornale digitale in sezioni (magari si potrà comprare solo la cronaca o lo sport o gli esteri). Difficile che la banche o le società delle carte di credito abbassino più di tanto i costi delle loro operazioni.
«La soluzione c’è afferma Stefano Quintarelli, uno dei pionieri e dei guru dell’Internet italiana E già è in parte contenuta nella nuova direttiva sull’eMoney varata due settimane fa dall’Ue. Si può cominciare ad immaginare un sistema di pagamenti elettronici per cui ogni utente (che può essere anche a suo volta venditore di alcuni contenuti (o anche di parte della sua banda quando è connesso alla Rete), può accumulare debiti e crediti virtuali. Alla fine di ogni mese si conteggiano e si fa un’unica operazione di pagamento». Questo meccanismo consente di abbattere l’incidenza del costo ‘bancario’ dei micropagamenti. Ma necessita di un accordo che coinvolga gli editori, le banche, e i gestori telefonici: «E’ un sistema non dissimile da quello con viene suddiviso il ricavo di una telefonata tra due utenti mobili di due operatori diversi. Quanto ai software specifici, ce ne sono già disponibili di quelli in grado di tracciare tutte le transazioni P2P».
Le edicole online sono quindi possibili, non sono fantascienza. Ma attenzione, la strada non è tutta in discesa. «Oggi il 90% degli utenti va in Internet per fare ricerche. E arriva nei vari siti attraverso il motori di ricerca afferma Mauro Del Rio, fondatore di Buongiorno, il numero uno mondiale della vendita di contenuti per telefonini E se i giornali si tolgono dal campo d’azione dei motori possono rischiare. E comunque nell’edicola elettronica di Internet c’è più concorrenza che nelle edicole fisiche».
E questo porta all’ultimo effetto della rivoluzione dei giornali online. Conquistare lettori nell’era Internet e su Internet significa per i produttori di informazione, diventare più riconoscibili e soprattutto ancora più autorevoli. Significa puntare non tanto sulla velocità ma sulla qualità: la prima notizia di un terremoto sarà sempre più veloce a darla via sms qualcuno su Twitter. Ma le spiegazioni, i retroscena, le analisi e gli approfondimenti su quello che accade dopo, quelle si trovano e si troveranno ancora sui giornali, di carta o di bit che siano. E la differenza è proprio la qualità. I giornali di carta probabilmente dureranno ancora un bel po’, accanto a quelli digitali. Quello che è prossimo alla fine sono i giornali low cost (di carta o digitali, non importa) fatti con il ‘copia e incolla’.

17/04/09 Data Manager - VISION - Brevi messaggi di innovazione

Nato come escamotage per risparmiare qualche soldo sull'invio dei messaggini, il software "all Ip" Skebby di Mobile Solution è riuscito ad aggregare una community di decine di migliaia di utenti e con la nuova versione si propone come centrale unica per la messaggistica asincrona, via Internet, sul telefonino
di Andrea Lawendel

Ci sono tutti gli ingredienti del "due punto zero", nella visione di Davide Marrone e della sua piattaforma Skebby (www.skebby.it). La viralità di un servizio che si autopromuove solo con il passaparola, la mobilità della messaggistica per cellulare, la socialità di un software che diventa community e che, non potendo permettersi di offrire un supporto tecnico organizzato, si affida a un forum di discussione dove gli utenti più esperti offrono volontariamente il loro aiuto ai novellini.

Tutto molto visionario tranne, se proprio si vuole essere pignoli, il canale di comunicazione. Skebby, una startup nata nel 2008 nell'incubatore della sezione comasca del Politecnico di Milano e oggi trasferita in un piccolo locale dell'Acceleratore di Impresa dello stesso ateneo, è un servizio per lo scambio gratuito o a prezzi molto convenienti, di Sms. Sì proprio i brevi messaggi di testo che hanno dato un fondamentale contributo alla diffusione della telefonia Gsm e che ancora oggi rappresentano una sorta di microposta elettronica, una fetta non trascurabile del fatturato degli operatori.

«No, continuiamo a credere in questo strumento di comunicazione e nella opportunità di offrire un'alternativa a basso costo a un sistema ancora molto utilizzato», risponde Davide Marrone quando gli viene chiesto se Skebby non farebbe meglio a orientarsi verso forme di comunicazione più internettiane, specialmente l'instant messaging. «L'Sms è asincrono, ti dà modo di leggere quando puoi, di pensare alla risposta». L'intuizione di uno spazio di opportunità nell'universo della messaggistica asincrona risale, racconta Marrone, al 2005, quando il neolaureato in Informatica durante un corso di programmazione Java pensa di sviluppare un client che permetta di utilizzare sul telefonino i servizi di invio di Sms gratuiti che i siti Web degli operatori offrono agli abbonati. «Un servizio - precisa Marrone - che evidentemente richiedeva un personal computer». L'idea, insomma, consisteva nel remotizzare le pagine sul display del cellulare, per consentire un piccolo risparmio sul volume di Sms inviati normalmente. Il telefonino abilitato a Skebby utilizza evidentemente una connessione dati per raggiungere il server della startup. Server questo che funge da gateway verso i cellulari da raggiungere. Ma anche la connessione dati costa, si potrebbe obiettare. «Sì, ma a conti fatti con Skebby costa molto meno, un centesimo a connessione e se si usufruiscono di piani tariffari dati flat, il costo si riduce ulteriormente. Se consideriamo che gli operatori italiani fanno pagare ogni singolo Sms da 12 a 15 centesimi, Skebby conviene comunque».
Mobile Solution

All'inizio del 2007 Davide Marrone decide di costituire una società, Mobile Solution, per riuscire a proporre Skebby come un vero e proprio servizio commerciale. Oltre alla possibilità di inviare gli Sms attraverso i siti degli operatori, l'attività di Skebby comincia come rivenditore di pacchetti di Sms acquistati in modalità wholesale e proposti agli utenti con uno sconto significativo. «E' un servizio che continua a far parte del nostro modello di business», dice il giovane imprenditore del software. Installando il client di Skebby sul proprio cellulare e "caricandolo" con una piccola somma prepagata è possibile inviare Sms verso telefonini italiani e stranieri, in diverse modalità (il servizio base permette di inviare l'Sms senza identificazione del numero mittente e costa 6 centesimi a messaggio). «Skebby può essere utilizzato anche per l'invio di Sms in Italia dall'estero e anche in questo caso abbiamo verificato che i costi di connessione dati consentono di risparmiare sulle tariffe per la trasmissione attraverso il canale Sms».

La prima svolta di Skebby, almeno sul piano della brand awareness, è un casuale contatto con una giornalista di un grande quotidiano allertata da uno dei primi utenti del sito. Siamo nell'estate del 2007 e Skebby è già riuscita ad aggregare una comunità di venti, trentamila persone, tutte piuttosto giovani. La fascia d'età 18-45 è tuttora il punto di riferimento del target del client Skebby, appena giunto alla terza versione e ormai dichiaratamente orientato a diventare, spiega Marrone, «il centro per tutta la messaggistica Sms sul telefonino». Il primo articolo su Skebby viene rilanciato da un quotidiano ancora più grande, da altri giornali, dalle radio private più ascoltate dai giovani. La possibilità di ridurre il costo della comunicazione Sms è molto allettante e in più Skebby vanta quegli aspetti di socializzazione e coinvolgimento tipici della "viralità". «Chi scarica e comincia a utilizzare il client - riconosce Marrone -, è incentivato a coinvolgere i suoi amici e tutti i contatti diretti. Il traffico di messaggini tra client Skebby è gratuito, a parte i due centesimi per l'invio e la ricezione dei dati, somma che comunque si diluisce negli eventuali piani flat». Nel giro di poche settimane Davide Marrone e la sua idea diventano famosi. «Proprio quando ero su un treno, al ritorno da un convegno dove ero stato invitato a parlare, ho incontrato Stefano Quintarelli», racconta ancora Marrone. L'imprenditore di Internet e blogger diventa a sua volta punto di contatto con Luigi Orsi Carbone, anch'egli imprenditore e consulente, che entra nella società ed è l'attuale presidente di Mobile Solution, rilanciata nel 2008 con il trasferimento a Milano.
Nuova versione

In questi giorni Skebby è disponibile in una versione ulteriormente potenziata che, secondo i suoi autori (un team di quattro persone coadiuvate da alcuni programmatori freelance e da una community che contribuisce allo sviluppo di progetti ambiziosi, come la versione di Skebby per iPhone), mira espressamente ad affermare l'uso del telefonino come terminale preferenziale per la comunicazione di Sms attraverso Internet: una vera e propria alternativa low cost e a tecnologia avanzata alla modalità tradizionale, più cara ma molto più limitata. Con il nuovo client Skebby è possibile sfruttare in modo ottimale l'invio di Sms: il software è per esempio in grado di calcolare il numero di Sms "convenzionali" di cui l'abbonato dispone nell'ambito del proprio piano tariffario e sceglie automaticamente la modalità di invio al prezzo più basso. Il sito di Skebby ha accesso ai registri della number portability ed è in grado di segnalare ai suoi utenti il "vero" operatore di destinazione, consentendo di ottimizzare ulteriormente le varie offerte di messaggistica "tutto incluso". La nuova modalità di trasferimento di credito permette di acquistare traffico Skebby e di ricaricarlo su altri telefonini, facilitando l'accesso al servizio in famiglia e nei gruppi di amici. E il team di Mobile Solution sta studiando opportunità nuove, come l'offerta di contenuti o i location based services. «Sì, per gli operatori può essere vista come una forma di concorrenza, ma devono rassegnarsi - conclude Marrone -. La comunicazione del telefonino si sta spostando su Internet. Questo è quello che vogliono gli utenti». E Mobile Solution è lì apposta.

2009.04.17 ANSA - Intervista video sulla sentenza The Pirate Bay

ANSA.it - Videonews -.

2009.04.11 Il Manifesto - L'Italia in guerra con Facebook & co

Ecco come potrebbe apparire la rete tricolore se tre proposte di legge targate Pdl e Udc fossero approvate. Non c'è da stare allegri...

Roma, 11 aprile 2011. Marco, 20 anni, è arrabbiato. Per la terza volta in un mese Facebook è inaccessibile. Tutta colpa di un "gruppo" creato sul social network da un manipolo di goliardi inneggiante alla camorra. Il ministro dell'Interno, in base a una norma del 2009 sui reati di opinione, ha ordinato ai fornitori di connessione di filtrare il sito per tutti i computer italici.

Maria, romana di 27 anni, non è più contenta. Rischia fino a 3 anni di reclusione per diffamazione a mezzo stampa; lei, che non è giornalista. Il problema, le ha spiegato l'avvocato, è che su "Affari studenteschi", un blog aperto tempo fa e poi dimenticato, qualcuno ha lasciato un commento offensivo nei confronti di un professore universitario, il quale ha sporto querela. Ora che la legislazione italiana estende a ogni contenuto pubblicato su internet «tutte le norme relative alla Stampa» per i reati di diffamazione, Maria è nei guai.

Il suo compagno Luigi, collaboratore di Wikipedia, prova a consolarla ma anche lui ha i suoi dispiaceri telematici. La stessa legge ha bandito l'anonimato dalla rete e l'enciclopedia online (dove basta uno pseudonimo per diventare autori) non è più raggiungibile dallo stivale. Ma forse i più preoccupati sono Sonia e Alberto. Sono stati disconnessi da internet per tre mesi perché il loro figlio sedicenne Antonio scaricava file musicali coperti da diritto d'autore tramite sistemi peer-to-peer.

Come vuole la legge approvata due anni fa, dopo tre avvertimenti la famiglia è stata privata del collegamento per 90 giorni. Ma quello che angustia mamma e papà è un'altra cosa. Tornata internet, Antonio non ha perso l'abitudine di scaricare. Solo che ora lo fa attraverso delle darknet, reti private accessibili solo su invito, dove circolano anche contenuti ben più illegali dei file mp3 di Vasco Rossi.

Roma, 11 aprile 2009. Lo scenario appena raccontato è futuristico, certo. Ma purtroppo, logica giuridica alla mano, è anche futuribile. E se Maria, Marco, Luigi & c. sono personaggi fittizi, lo stesso non può dirsi dell'impossibilità di accedere alle più popolari piattaforme online, dell'equiparazione tra blogger e testate giornalistiche e della disconnessione coatta. Queste situazioni sono iscritte in una serie di proposte normative presentate negli ultimi mesi in Italia, ispirate da una visione apocalittica della rete considerata un maligno brodo di coltura per pedofilia, criminalità e "pirateria".

Si pensi all'emendamento 50-bis al disegno di legge sulla sicurezza proposto dal senatore Giampiero D'Alia (Udc) dopo le polemiche su un gruppo di Facebook che celebrava Totò Riina. Prevede che, per i reati di opinione, il ministero dell'Interno possa imporre ai provider di rendere inaccessibili i contenuti online ritenuti illegittimi. Questo interventismo dell'esecutivo preoccupa i giuristi. Secondo Elvira Berlingieri, esperta di diritto d'autore e Ict, «l'azione del governo in un procedimento penale è un pericoloso precedente perché stravolge il principio della separazione dei poteri. Il governo può decidere discrezionalmente sull'oscuramento col rischio che la decisione diventi uno strumento politico, cosa pericolosa quando si tratta di reati di opinione».

Non solo, nell'ignoranza dei meccanismi di rete, la norma potrebbe avere la conseguenza spiacevole di oscurare alcuni dei servizi più diffusi del web. Nel caso di Facebook, per esempio, trattandosi di una piattaforma e non di un singolo sito i provider sarebbero costretti a filtrare il servizio nella sua totalità. Già approvato al Senato il decreto, con l'emendamento, è in discussione dalla Camera.

L'equivalenza tra testate come il Corriere della sera e diari online che toglie il sonno a Maria è invece una possibile conseguenza della proposta di legge presentata da Gabriella Carlucci, deputata Pdl decisa ad abolire l'anonimato online. Peccato che il suo provvedimento, in prima lettura alla Camera, rischi di rendere difficile la fruizione di servizi che non prevedono forme di identificazione forte degli utenti. Tra questi la Wikipedia amata da Luigi e da milioni di utenti. «La proposta – spiega Berlingieri - non specifica di che tipo di anonimato si parli. Ma se il divieto comprendesse anche il cosiddetto "anonimato protetto", che permette alle persone di iscriversi a un sito fornendo un indirizzo email e di essere visibili con un soprannome, molte applicazioni, come Second Life per esempio, diverrebbero illegittime».

Che poi l'afflato moralizzatore della Carlucci, desiderosa di porre «un argine alle troppe storture che la totale anarchia della rete Internet sta rendendo sempre più pervicaci e invasive», si sposi con interessi più mondani non stupirà chi sa che dietro gli alti proclami ci sono spesso le pressioni di una lobby. Come quei blogger che hanno scoperto che i file della proposta di legge Carlucci sono stati creati originariamente dal presidente di Univideo, l'Unione italiana editoria audiovisiva.

Non c'è nemmeno bisogno di masticare un po' di informatica, invece, per capire che le lobby dell'intrattenimento saranno contente della proposta di legge di Luca Barbareschi (Pdl). Anch'essa in prima lettura alla Camera, richiama esplicitamente la legge sorprendentemente bocciata in Francia il 9 aprile scorso (ma sarà presto riproposta) che prevede, dopo tre avvertimenti, la disconnessione dell'utente reo di aver violato la legge sul diritto d'autore. Il provvedimento, spiega chi se ne intende, sarà nel migliore dei casi inutile, nel peggiore dannoso. «Internet nasce per assicurare che due nodi possano comunicare in ogni circostanza; non esiste contromisura che possa impedirlo definitivamente», racconta Stefano Quintarelli, grande esperto di telecomunicazioni.

La conseguenza di questa architettura del network è che la repressione può solo stimolare l'ingegno con conseguenze sociali gravi. «Filtri al p2p o soluzioni alla Sarkozy spingeranno la gente a trovare soluzioni per aggirare i divieti. E dunque – conclude - sistemi di anonimizzazione o reti cifrate diventeranno più diffusi con il rischio che si prestino a usi molto pericolosi».

FIBRA CHE RIDE

  • CODICE DA COPIARE E INCOLLARE

SEGNALAMI LE NOMINE >60

  • 12/06/09 - Paolo Ferrari - Presidente di Sistema Cultura Italia di Confindustria - 75
  • 14/04/09 - Manlio Strano - Segretario Generale Presidenza del Consiglio - 65
  • 19/02/09 - Guglielmo Rositani - Consigliere RAI - 71
  • 26/03/09 - Paolo Garimberti - Presidente RAI - 66
  • 20/02/09 - Giuliano Amato - Presidente Treccani - 70
  • 19/12/08 - Enrico Manca - Presidente Fondazione Bordoni - 77
  • 27/11/08 - Mario Resca - Direttore generale dei musei italiani - 63
  • 12/11/08 - Franco Bassanini - Presidente Cassa Depositi e Prestiti - 68
  • 06/09/06 Innocenzo Cipolletta - Presidente FFSS - 65
  • 16/06/08 Vincenzo Grimaldi - Alto Commissario Anticorruzione - 66
  • 30/05/08 - Giovanni Ialongo - Presidente Poste Italiane - 64
  • 29/04/08 - Luigi Roth - Presidente Terna - 68
  • 30/03/08 - Claudio De Rose - Presidente Commissione Via (Ministero dell'Ambiente) - 75
  • 20/03/08 - Tiziana Nasi - Presidente Torino Olympic Park - 60
  • 09/02/08 - Luigi Scotti - Ministro di Grazia e Giustizia - 76
  • 31/01/08 - Luciano Maiani - Presidente CNR - 66
  • 31/01/08 Claudio de Vincenti - Consigliere di Amministrazione Agenzia del Farmaco - 60
  • 27/07/07 - Fabio Pistella - Presidente CNIPA - 64
  • 02/11/07 - Giuseppe Sangiorgi - Consigliere Consiglio Superiore delle Comunicazioni - 60
  • 02/11/07 - Mario Morcellini - Consigliere Consiglio Superiore delle Comunicazioni - 61
  • 02/11/07 - Paola Manacorda - Consigliere Consiglio Superiore delle Comunicazioni - 71
  • 02/11/07 - Enrico Manca - Consigliere Consiglio Superiore delle Comunicazioni - 76
  • 02/11/07 - Francesco Cossiga - Consigliere Consiglio Superiore delle Comunicazioni - 79
  • 02/11/07 - Enzo Cheli - Presidente Consiglio Superiore delle Comunicazioni - 73
  • 10/09/07- Fabiano Fabiani - Consigliere di amministrazione RAI - 77
  • 05/08/07 Vincenzo Dettori - Presidente Fintecna - 71
  • 31/07/07 - Maurizio Prato - Presidente Alitalia - 66
  • 31/07/07 - Federico Rossi - Presidente CNR - 60
  • 25/07/07 Giorgio Assumma - Presidente SIAE - 72
  • 18/06/07 Cosimo D'Arrigo - Comandante GdF - 62
  • 27/04/07 Elio Catania - Presidente ATM - 61
  • 24/04/07 Maurizio Decina - Presidente Fondazione U. Bordoni - 64
  • 19/04/07 Ezio Andreta - Commissario Agenzia nazionale innovazione - 63
  • 29/03/07 Giovanni Fabrizio Bignami - Presidente ASI - 63
  • 26/03/07 Giovanni Puglisi - Rettore IULM - 61
  • 11/03/07 Alberto Tripi - Presidente Confindustria SI&T - 67
  • 03/03/07 Francesco Saverio Borrelli - Conservatorio Milano - 77
  • 03/03/07 Carla Rabitti Bedogni - Antitrust - 67
  • 03/03/07 Piero Barucci - Antitrust - 73

CERCA / MAIL

Miners

giugno 2009

lun mar mer gio ven sab dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30