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01/07/2015

Commenti

Francesco Carollo

Di questo 1% se ne parlava a Maggio al Ouishare Fest a Parigi. Ne parlava il buon Jeremiah Owyang che appunto vive, da consulente a SF di questo. Se accettiamo e recepiamo acriticamente ogni ondata tecnologica che proviene dalla Valley ciò che dice la Kaminska, oltre ad esser già vero, si consoliderà ulteriormente. Se invece pensiamo ad una via europea e mediterranea allora forse spostiamo il baricentro sul senso che l'economia collaborativa vogliamo che crei e la piantiamo con questa hype della Sharing Economy che di fatto è ora Renting Economy e per alcuni - tipo quelli del secondo lavoro che con Uber si fanno gli "extra-quid"- la Slaving Economy.
Dipenda da noi, e dal senso che voglia creare con questo paradigma, che si basa sui marketplace, sulle piattaforme. Solo che le piattaforme catturano il valore per pochi e sono tutti in California. Discorso diverso sarebbe se gli utenti fossero co-proprietari delle piattaforme...

Alessandro Ranellucci

Io spero che finalmente si possa approfondire l'argomento ad ampio respiro, senza (troppe) tifoserie. Perché non è un tema tecnologico, né un tema di web o di startup, ma è un tema economico di cui la concentrazione del profitto nell'intermediatore straniero è solo uno degli aspetti.
Se finora abbiamo vissuto in una società che riconosceva le professioni e le regolamentava con licenze, numeri chiusi, albi professionali, esami di Stato, tariffe fisse, salari minimi, codici deontologici, divieto di pubblicità non era per l'assenza di piattaforme web, ma era per una precisa visione globale della società. Oggi siamo pronti per dichiarare che questo modello è vecchio e per abbracciare un modello liberista in cui deregolamentiamo tutto e riconosciamo che il libero mercato ha ragione? Forse sì, ma parliamone -fino a ieri l'esaltazione del libero mercato mi sembrava una posizione di minoranza- e applichiamolo a tutti i settori (togliendo contratti nazionali, salari minimi, valore legale dei titoli di studio ecc.) anziché solo a quelli dove un qualche soggetto economico privato, con le spalle coperte dai capitali, sta imponendo l'agenda forzando le regole vigenti grazie al consenso popolare giustamente acquisito mostrando che un mercato con meno regole fa risparmiare. E ora che il meccanismo è chiaro a tutti, spunteranno analoghe piattaforme per tutti i settori attualmente regolamentati (dalle guide turistiche ai medici di famiglia). E a meno che non vogliamo abbracciare un modello più propriamente anarco-capitalista parliamo anche di quali sono le possibilità regolatorie cui rinunciamo al di là della mera questione economica (come le esigenze di servizio pubblico, per le quali finora abbiamo creduto di dover "correggere" le storture del mercato) e di quali sono le soluzioni per evitare di aiutare nuove sacche di evasione fiscale di cui non abbiamo bisogno, nonché di quali aspetti perequativi vanno affrontati nella transizione e di quali strumenti di controllo vanno dotate le autorità antitrust rispetto alle posizioni dominanti delle piattaforme web (che peraltro dei rispettivi mercati decidono anche privatisticamente i criteri di ingresso e di uscita). Bisognerà anche parlare di come evitare bolle dal momento che questa cosiddetta economia della condivisione somiglia molto ad un'economia delle rendite (di posizione nel caso delle piattaforme che si pongono come nuovi intermediari, di possesso per chi si può permettere le seconde case da affittare o l'acquisto dell'automobile). E bisogna anche chiarirci tra noi, come società, in un momento in cui tante professioni non riconosciute stanno facendo battaglie (di retroguardia secondo alcuni) per ottenere nuovi albi professionali (archeologi, infermieri, traduttori, tributaristi ecc.). Siamo tutti liberal col mercato degli altri?
La soluzione io non ce l'ho, ma urge parlarne. Perché penso davvero che il tema non sia "startup vs tassisti" ma sia qualcosa di più ampio...

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